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Con Craxi la fine della ghettizzazione missinaEra dai tempi di Tambroni che un esponente missino non veniva ricevuto ufficialmente dal Presidente del Consiglio e per molti il gesto di Bettino Craxi è un segnale inequivocabile: la fine della ghettizzazione missina. Ha scritto Craxi, togliendola dall'isolamento, indusse la fiamma a misurarsi con la capacità di futuro. Insomma, era in atto una vera e propria strategia da parte di Bettino Craxi e dei suoi: Rino Formica dichiarava di «capire il voto missino»; Claudio Martelli definiva il Msi «un partito che si sta evolvendo in senso gollista»; Ugo Intini riteneva che «a quarant'anni di distanza dalla fine della guerra una certa liturgia antifascista appare obsoleta». D'altra parte, sempre nel 1983, era febbraio, il Presidente della Repubblica, il socialista Sandro Pertini, andava a trovare in un ospedale romano l'agonizzante Paolo Di Nella, militante ventenne del Fronte della Gioventù che morirà a seguito delle sprangate ricevute mentre attaccava manifesti ecologisti. E sarà sempre Craxi che in occasione della strage di Natale dell'84 non fece alcun riferimento - come era prassi - a nessuna "bomba fascista". E ancora il leader socialista offrirà al Msi il primo incarico istituzionale (la presidenza della Giunta delle elezioni alla Camera dei Deputati) al quale sarà designato Enzo Trantino. In quegli anni, intanto, si faceva sempre più esplicito il progetto del "socialismo tricolore", un tentativo che poteva, secondo molti, addirittura "ricucire" lo strappo del 1914: uscì il libro omonimo di Giano Accame, una ricerca che analizzava e registrava l'evoluzione culturale espressa dal vento craxiano. E lo stesso Accame aveva partecipato il 31 maggio 1983 a un dibattito a Roma, promosso dall'associazione "Italia e Civiltà", che riuscì a mettere attorno a un tavolo laico socialisti e missini: intervennero il radicale Francesco Rutelli, i due "fascisti di Sinistra" Luciano Lucci Chiarissi e Pacifico D'Eramo, lo scrittore Enrico Landolfi e, per il Msi, l'ex parlamentare Beppe Niccolai e l'attuale Assessore alla Cultura del Comune di Roma, Umberto Croppi. Sulla scia di questi e altri incontri, Marcello Veneziani farà anche pubblicare per le edizioni Ciarrapico il libro “Socialismo e nazione”, dove il socialista Enrico Landolfi e il giornalista missino Franz Maria D'Asaro si confrontavano sul «ritorno ai valori nazionali che stavano caratterizzando l'ultima stagione politica». Ma l'attenzione reciproca tra la Destra postfascista e il socialismo craxiano aveva già avuto le prime avvisaglie qualche anno prima, alla fine dei Settanta. Su “Linea”, il quindicinale rautiano curato giornalisticamente da Stenio Solinas, erano apparsi due articoli molto attenti e interessati alla parabola craxiana. E se in seguito, sarà il mensile “Proposta” di Domenico Mennitti a diventare la punta di diamante di un dialogo, a volte sotterraneo, ma mi interrotto, all'inizio degli anni Ottanta già l'area romualdiana del Msi a prendere posizione con un articolo su “L'Italiano” a firma di Alfredo Mantica. Dopo lo scatto d'orgoglio di Sigonella, Beppe Niccolai riuscirà addirittura a far approvare a larga maggioranza dal Comitato Centrale del Msi un ordine del giorno di sostegno della "linea Craxi". In effetti, oltre alla scelta culturale di "tagliare la barba" a Karl Marx, fu proprio la svolta tricolore - tanto da modificare sul piano cromatico il simbolo del partito nei tre colori del vessillo nazionale - a imprimere il nome di Craxi nell'immaginario della nuova Destra italiana. Fu, insomma, con la forza dei simboli, con quel "viva l'Italia" urlato dallo stesso Craxi alla fine del congresso socialista del 1981. Una lunga storia che poi proseguirà, per vie parallele, fino all'approdo della Destra al governo del Paese. Una storia, a volte sommersa, che ancora oggi spiega affinità che affiorano più vive che mai in questi giorni. Una storia, quella del rapporto tra socialismo riformista e nuova Destra italiana che, a leggerla bene, forse può anche aiutare a interpretare alcune delle cosidette svolte laiche e riformatrici di Gianfranco Fini. Mario Bocchio - consigliere comunale Alessandria Craxi e Almirante: il revisionismo ha potenti radici nell'oggiL’indignazione che alcuni hanno dimostrato nei confronti della scelta di rinnovare la toponomastica alessandrina dedicando luoghi ad Almirante e Craxi coglie, a mio avviso, solo una parte, forse la più superficiale, del revisionismo storico che ha dettato questa scelta. Alberto Deambrogio - consigliere regionale PRC-SE Alessandria - 14/01/2010Politecnico: l'auspicio di ConfapiLa decisione assunta nell’ottobre scorso dal Senato accademico del Politecnico di Torino, che ha portato alla chiusura dell’attività didattica nella sede di Alessandria, nella quale era attivo, tra gli altri, il corso di laurea in Ingegneria delle materie plastiche, ha creato preoccupazione nelle sedi istituzionali ed in quelle imprenditoriali. Su questa vicenda Confapi, Associazione delle Piccole e Medie Industrie della Provincia di Alessandria, insieme con Nordovest Imprese, ha oggi diffuso il seguente comunicato: Giuseppe Garlando - presidente di Confapi Alessandria "Dico no a corso Craxi"Egregio Direttore, in riferimento alla cronaca della seduta della Commissione Toponomastica, nel corso della quale sono state intitolate alcune nuove vie della città di Alessandria, desidero far presente che al momento della votazione non ero in aula perché chiamato fuori da un cittadino. Pertanto, desidero ribadire che non avrei votato l’intitolazione a Bettino Craxi per le motivazioni rese note dall’on. Antonio Di Pietro e che condivido. Vincenzo Demarte - consigliere comunale Alessandria Italia dei Valori Alessandria - 14/01/2010"Largo Almirante offende i partigiani"Da tempo una malattia mi costringe a non partecipare alla vita pubblica ad Alessandria, ma desidero dire a tutti i partigiani ed antifascisti della città, che sono a loro vicino nella condanna di una scelta – quella di intitolare una strada ad Almirante – che offende i nostri morti e la lotta di quanti – partigiani e civili – hanno combattuto per la liberazione del nostro Paese e della nostra città dai fascisti e dai nazisti. Enzio Gemma - presidente onorario Anpi Alessandria Alessandria - 14/01/2010Fortemente contrari a largo Giorgio AlmiranteLa maggioranza di centro-destra di Alessandria ha scritto una brutta pagina nella storia della nostra città, approvando la proposta di intitolare uno spazio pubblico a Giorgio Almirante. Gruppo Consiliare P.D. Comune di Alessandria Alessandria - 14/01/2010"Milioni di ex fascisti diventarono antifascisti"Purtroppo ci sono ancora persone che vogliono la guerra civile, l’odio tra gli italiani, che hanno paura della pacificazione. E fa specie constatare che è gente che non visse quei momenti oscuri, tormentati e tremendi della guerra, al contrario sono persone che appartengono alle generazioni postume, ma che sono cresciute nel pregiudizio, nella manipolazione della realtà per non dire nell’aperta menzogna. Ho constatato tutto ciò in occasione dell’intitolazione (proposta da me e dal collega Aldo Rovito) a Giorgio Almirante di una rotonda ad Alessandria. Anziché limitarsi alla valutazione dell’uomo politico, protagonista della democratica vita parlamentare sin dalla prima legislatura della Camera, nel 1948, e sino alla morte avvenuta nel 1989, per esprimere il loro dissenso all’intitolazione sono andati a ricercare i trascorsi giovanili di Almirante nella Repubblica di Salò, parlando di razzismo, ovvero dell’allora giovane Sottosegretario alla Propaganda che scrisse a proposito della razza ariana. La querelle sullo storico Segretario del Movimento Sociale Italiano mi ha fatto immediatamente venire in mente Giorgio Bocca, che in riferimento al libro di Giampaolo Pansa “La grande bugia”, afferma che non è tollerabile che democratici si schierino a fianco di Pansa. Se la prende con tutti Bocca, anche con coloro che confessano i misfatti sui fascisti vinti da parte dei partigiani, ed anche contro coloro che ammettono che i partigiani non fossero tutti eroi immacolati e che le loro gesta, spesso, sono precipitate in bestialità superiori a quelle del fascismo. Giorgio Bocca ha origini fasciste ed anche razziali, non perdona a Pansa l’averglielo fatto notare. Nel 1940 Bocca, oltre a fomentare l’odio contro gli ebrei dal giornale di Cuneo dei giovani universitari fascisti, sottoscrive anche il “Manifesto in difesa della razza italiana” e nel 1942 attribuisce le responsabilità dell’andamento disastroso della guerra alla congiura ebraica. Non ha abbandonato la sua animosità faziosa neanche nel dopoguerra, sempre ferocemente impegnato a seguire gli animi più accesi di una contrapposizione spesso apparentemente irrazionale ma spesso ben valutata, come quando lavorò per Fininvest e Berlusconi, salvo essergli acerrimo nemico a lavoro ultimato. I suoi libri saturi di odio e portatori di ferme e gridate convinzioni vendono copie e servono ad ostacolare la pacificazione. Bocca è persino insorto anche davanti al coro di solidarietà che Pansa ha ricevuto da politici di Destra e di Sinistra e persino dal Presidente della Repubblica per la gazarra organizzata da un gruppo di giovani di Sinistra in occasione della presentazione a Reggio Emilia del suo ultimo libro. Bocca contesta che si possa avere idee differenti, contesta i fatti provati e storicamente documentati di una Resistenza dal doppio volto. Uno pieno di ideali ed in lotta per la libertà e l’altro bieco, asservito, fatto di odio e di rancore maturato nelle cellule dei pregiudizi marxisti. In verità ci sarebbe ancora un altro aspetto della lotta partigiana fatto da delinquenti comuni e da banditismo organizzato, ma è l’aspetto storicamente meno evidente ed in effetti meno importante. Un percorso nella storia d’Italia quello di Bocca, come pure quello del Premio Nobel Dario Fò (anche lui militare di Salò, rastrellatore di partigiani e poi ultrà comunista, capace negli anni della tensione, dopo i fatti della Questura di Milano e dell’anarchico Pinelli di incitare il popolo contro le Forze dell’Ordine, accusate di essere fascisti) e di tanti altri, un percorso indecente su di una realtà che fa trovare milioni di antifascisti in sostituzione di milioni di ex fascisti, la storia di un trasformismo infido, viscido, opportunista: fatto di furbizie e convenienze. Una storia che fa ritenere che al fascismo del ventennio negli anni si è andato sostituendo una sorta di antifascismo che in molti casi non è altro che fascismo rosso. Giorgio Almirante, invece, nella sua vita è sempre stato coerente e ha sempre insegnato alla sua comunità, ghettizzata ed osteggiata, la virtù della coerenza nella necessità della non restaurazione. Proprio perché fu un uomo fortemente incline alla coerenza e alla democrazia parlamentare venne rispettato anche da quelli che per lui erano sempre avversari e mai nemici, personaggi quali De Gasperi, Fanfani, Andreotti Nenni, Berlinguer, D’Alema e Violante tanto per citarne alcuni di assoluto spessore. Fu un uomo che ricercava ogni giorno la pacificazione nazionale, e ribadiva questa sua convinzione piangendo ogni volta che doveva consolare le mamme di quei giovani, come Sergio Ramelli o i fratelli Mattei, uccisi a sprangate o dal fuoco dalla ferocia di un comunismo che non voleva il confronto, ma che bramava solo odio e sangue. Poi c’è da fare una considerazione squisitamente politica. Almirante, che in vita sua non venne mai condannato, né tanto meno tolse la vita fisica ad alcuno, seppe anticipare la crisi del sistema della Prima Repubblica, capendo prima di tanti altri che il sistema sarebbe franato nel discredito. La critica di Almirante al sistema appare collegata ad una visione di “lunga durata”. Crediamo che la crisi odierna, al di là delle motivazioni legate al presente contesto storico, sia una crisi che venga da lontano. E che trovi i suoi prodromi nella seconda metà degli anni Settanta, quando gli italiani cominciarono ad osservare l’occupazione massiccia, asfissiante e sistematica di ogni ambito pubblico da parte dei partiti del famoso Arco Costituzionale. Difficile stabilire una data di inizio, dal momento che i grandi processi sociali partono sempre silenziosamente. Certo è che il Msi fu estraneo al banchetto. E Almirante sferzò con implacabile ironia i commensali degli anni ’70 e ’80, che mai come allora si erano rivelati tanto ingordi, nonostante la storia della Repubblica fosse già punteggiata da numerosi scandali. Nel suo libro “Processo alla Repubblica”, troviamo pagine freschissime, pagine capaci di parlarci anche del nostro presente. Il senso di estraneità verso il sistema di potere non è passione per il ghetto ma percezione dell’esistenza di una maggioranza morale nel Paese, ancorché questa maggioranza non sia adeguatamente rappresentata politicamente. Ma è verso quel mondo, ben al di là dell’elettorato del Msi, che Almirante ha sempre indirizzato il suo messaggio. Quando affrontava i nodi dell’anima italiana il leader missino parlava un linguaggio che può essere condiviso anche da chi non votava per lui. Questo è uno dei passi più illuminanti di quel libro attualissimo: “La crisi di vertice, cioè la crisi, il fallimento della classe dirigente del dopoguerra, mi preoccupa relativamente assai poco. Se la crisi fosse dei vertice, avrebbero ragione coloro che pensano di voler risolvere tutti i problemi con una qualsiasi riforma delle leggi elettorali, o con qualche modesta operazione di ingegneria costituzionale. La crisi è di base, affonda le radici nella società, nel costume civile, nell’alterato o capovolto rapporto diritti-doveri; la crisi è di credibilità. La crisi è di sfiducia, la crisi è di totale disorientamento. Ecco perché questa Repubblica non è di nessuno, nessuno la vuole, nessuno se ne sente proprietario e quindi corresponsabile. La tremenda verità che nessuno degli addetti ai lavori confessa, e che forse nessuno degli addetti ai lavori è in grado di comprendere fino in fondo, la tremenda verità è questa: il cittadino italiano è estraneo alla Repubblica, la Repubblica è estranea al cittadino italiano”. In questa opposizione al sistema c’era il grido di rabbia per lo scollamento morale degli italiani e c’era lo stare dalla parte della gente vera, per ricomporre, alla base della società, quell’unità negata del vertice politico. Ecco perché torna oggi d’attualità la lezione di Almirante. Non possiamo però fare a meno di aggiungere, a questo punto, una nota di speranza, dal momento che l’Italia uscita dalle elezioni del 13 e 14 aprile 2008 ha iniziato a percorrere la strada della propria ricomposizione morale. E la lezione di Almirante si rivela anche nella necessità non più rimandabile, di fare le riforme istituzionali per ridare al Paese coesione e restituire credibilità ai centri della decisione politica. Carissimo Segretario Almirante, non potrò mai dimenticare quel tuo abbraccio a Cuneo pochi anni prima della tua morte, nell’unica occasione che ho avuto di incontrati. Non scorderò mai una tua frase: “E’ vero: quando vedi la rabbia schiumare sulle labbra del tuo avversario, devi gioire, perché questo è il segno della vittoria, che smaschera la menzogna. Altrimenti ci sarebbe solo l’indifferenza”. Mario Bocchio - consigliere comunale Alessandria Alessandria - 14/01/2010"Caro assessore Trussi, ricorda via Viora e via della Moisa?"Ho letto l'intervista all'assessore Trussi sul Quartiere Cristo in cui afferma che entro l'estate sarà completamente rifatto e me ne compiaccio. Aldo Lucini Alessandria - 14/01/2010Nota sindacale sull'incidente mortale di SaleE’ passato un altro “annus orribilis” per le morti bianche e per gli incidenti sul lavoro, ma la negligenza in materia di sicurezza è rimasta, spesso trascurata e sempre sottovalutata nei suoi tragici effetti. CGIL CISL UIL Alessandria - 13/01/2010"Largo Almirante, uno schiaffo alla Resistenza"Negli ultimi anni le forze della destra stanno cercando con ogni mezzo, di denigrare le idee e i protagonisti della Resistenza per rimettere in pista coloro che hanno precipitato l'Italia, prima nella dittatura e poi nella seconda guerra mondiale a fianco della Germania Nazista. E' una operazione che avanza silenziosa, da parte di coloro che da sempre sono nemici degli ideali di giustizia, di democrazia, di solidarietà sociale, dei diritti collettivi delle lavoratrici e dei lavoratori, di cui la Resistenza fu portatrice ed interprete. Partito della Rifondazione Comunista e dei Comunisti Italiani di Alessandria Alessandria - 13/01/2010 |
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